di Marco Ferracin, manager di Safe-Hub delle Economie Circolari
In Italia il mercato dell’auto racconta una storia chiara: il veicolo usato è dominante. Secondo l’Annuario statistico ACI 2024 (l’ultimo disponibile), per ogni 100 automobili nuove immatricolate se ne acquistano 198 già circolate.
L’età media del parco auto ha raggiunto i 13 anni e il 24% dei veicoli in circolazione supera i 19 anni di vita. Un dato che fotografa un Paese in cui la capacità di spesa si è ridotta e in cui l’offerta dell’usato, sostenuta da prezzi molto bassi, risulta spesso l’unica opzione accessibile.

Il costo medio di acquisto di un’auto si attesta infatti intorno ai 4.000 euro, valore influenzato anche dall’ingresso sul mercato di modelli nuovi di produzione cinese a prezzi particolarmente competitivi.
Anche in assenza di dati consolidati per l’intero 2025, i bollettini mensili confermano il trend: tra gennaio e settembre i passaggi di proprietà sono cresciuti del 2,7% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
Il peso dell’usato sul parco circolante è dunque destinato a restare elevato, e probabilmente continuerà a crescere. Ma questa dinamica è ambientalmente sostenibile?
Durabilità contro innovazione tecnologica
La risposta non è banale. Valutare l’impatto ambientale di un veicolo usato rispetto a uno nuovo richiede analisi che vadano oltre il semplice confronto sulle emissioni allo scarico. Non esistono ancora metodologie pienamente condivise per stimare l’impronta ambientale complessiva dei veicoli, ma costruttori ed enti di ricerca mettono a disposizione dati sempre più affidabili.
Il nodo centrale è che il miglioramento tecnologico rende i modelli più recenti mediamente più efficienti e meno inquinanti, ma questo vantaggio va confrontato con il costo ambientale della produzione di un nuovo veicolo.
Una valutazione corretta dovrebbe includere l’intero ciclo di vita: estrazione delle materie prime, fabbricazione, utilizzo, manutenzione, durata effettiva e fine vita. In questa prospettiva, la longevità di un’auto e il risparmio di risorse derivante dal suo riutilizzo rappresentano un valore ambientale che non può essere ignorato.
Usato auto, il fattore critico delle esportazioni
Il quadro si complica ulteriormente quando i veicoli usati escono dai confini europei. Una quota rilevante dell’usato comunitario viene esportata verso Paesi extra OCSE, dove spesso mancano normative sulle emissioni e controlli efficaci. Il rischio è duplice: da un lato veicoli fortemente inquinanti continuano a circolare per anni; dall’altro, una parte delle auto esportate non è realmente riutilizzabile e viene inviata all’estero per evitare i costi elevati di uno smaltimento regolare in Europa.
Secondo uno studio UNEP del 2020, l’Unione Europea è il principale esportatore mondiale di veicoli usati, con il 54% del mercato globale, seguita da Giappone e Stati Uniti. Il 70% dei flussi è diretto verso Paesi in via di sviluppo e il 40% verso l’Africa. Su 146 Paesi analizzati, solo 28 dispongono di norme sulle emissioni dei veicoli; 100 ne sono completamente privi e 18 hanno vietato l’importazione di usato. Anche laddove esistono regole su qualità e sicurezza, il livello di applicazione della norma è spesso giudicato insufficiente.
UNEP sottolinea però che l’auto usata non è, per definizione, sinonimo di maggiore inquinamento: in alcuni contesti può risultare più efficiente e più sicura dei veicoli nuovi venduti nei Paesi a basso reddito. Per questo l’agenzia ONU non auspica il blocco del commercio, ma una sua regolamentazione più rigorosa a livello internazionale.

La risposta europea: riuso, controlli e retrofitting
Alla luce di questa complessità , il nuovo Regolamento europeo sui Veicoli Fuori Uso adotta un approccio che privilegia la gerarchia dei rifiuti, ponendo al primo posto riutilizzo e riparazione. I costruttori saranno chiamati a progettare veicoli ampiamente riutilizzabili e riciclabili, con componenti facilmente smontabili, mentre gli Stati membri dovranno garantire obiettivi elevati non solo di riciclaggio e recupero, ma anche di riutilizzo.
Il Regolamento incoraggia inoltre il riutilizzo, la rigenerazione e il ricondizionamento delle parti, sia durante la vita del veicolo sia nella fase di dismissione. Un passaggio chiave è l’emendamento approvato dal Parlamento europeo il 9 settembre, che introduce la promozione del retrofitting: l’aggiornamento dei veicoli più datati agli standard ambientali più recenti. Una soluzione che prova a superare il tradizionale dilemma ambientale tra rottamazione e riutilizzo, aprendo per i costruttori nuove opportunità di mercato che prescindono dalla fabbricazione di nuoviveicoli.
Sul fronte commerciale, le regole diventano più stringenti. A ogni passaggio di proprietà , i rivenditori professionali dovranno dimostrare che il veicolo non rientra tra quelli fuori uso, mentre le esportazioni saranno soggette a controlli rafforzati per evitare che auto a fine vita vengano spedite extra UE come falsi veicoli riutilizzabili.

Leggi ora:Â le news motori
Ultima modifica: 9 Febbraio 2026




