Frasi di Ayrton Senna, quelle da non dimenticare

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Per tre giorni, alla sua morte, il Brasile si fermò. E ai funerali di Ayrton Senna un intero Paese si riversò nel corteo per accompagnare il campione nel suo ultimi viaggio.

Per spiegare questo sentimento di commozione che attraversò il mondo non basta forse la favola dell’uomo che vinse tante gare, che portò ai vertici la bandiera del suo Paese.

Ayrton Senna, un campione anche nella vita

C’era qualcosa di più profondo, legato forse al modo di essere di Ayrton Senna, un campione nella Formula 1 e nella vita. Soltanto dopo la sua morte si venne a sapere che tanta parte dei suoi guadagni era finita in beneficenza, e che egli stesso, in vita aveva destinato parte del suo patrimonio a opere benefiche.

Ed è anche per questo che di Ayrton Senna restano frasi che ancora oggi fanno riflettere, non solo sullo sport, ma sulla vita in generale. Celebre il suo modo di considerare il rapporto con la ricchezza e le disuguaglianze sociali. “I ricchi non possono vivere su un’isola circondata da un oceano di povertà. Noi respiriamo tutti la stessa aria. Bisogna dare a tutti una possibilità”, diceva. E proteggeva dal circo mediatico le sue opere benefiche.

“Non potrai mai cambiare il mondo da solo. Però puoi dare il tuo contributo per cambiarne un pezzetto. Quello che faccio davvero io per la povertà non lo dirò mai. La Formula Uno è ben misera cosa di fronte a questa tragedia”, rispose una volta a chi gli chiedeva se fosse vero che aveva donato parte dei suoi proventi in beneficenza.

Ayrton Senna e il rapporto con i rischi

Nel suo dedicarsi agli altri c’era anche una ragione che spiegava così: “La vita è troppo breve per avere dei nemici”. Che fosse anche una consapevolezza dei rischi che un mestiere come il suo comportasse?

Ayrton Senna lo spiega in un’altra celebre frase: “Finora ho fatto tante pole position: in confronto a questo dato, i giri veloci che ho segnato in gara sono relativamente pochi. La ragione di ciò è che non sempre ritengo che spingere al massimo per tutto un gran premio sia la scelta giusta: tutto il contrario di ciò che certa gente pensa, cioè che io rischio troppo, continuamente”.

E da vero professionista, aveva ben chiaro in mente quale fosse il limite tra lo spettacolo e la vita. “Credo si possa correre a 300 all’ora limitando il rischio al minimo. Occorre sedersi ad un tavolo insieme ai rappresentanti della federazione e ai costruttori. Bisogna impegnare uomini e soldi nella ricerca del migliore compromesso tra sicurezza e spettacolarità. Nessuno ci ha ordinato di correre in F1, ma non siamo pagati per morire“.

Ultima modifica: 20 Marzo 2019