Piloti italiani che attualmente corrono in Formula 1

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A dispetto del fatto che i bolidi italiani siano tra i più amati e imitati in tutto il panorama del mondo della velocità, non è un momento particolarmente brillante per la scuola dei piloti italiani. Difficile dire il perché: sicuramente sull’accesso alle competizioni nel corso degli ultimi venti anni, considerando che molte scuderie vivono in Italia e che sempre nel nostro paese ci sono sponsor importanti per tutto il settore dell’automobilismo sportivo, si sarebbe potuto fare di più.

Ci sono fior di talenti che arrivano dal kart fino alla Formula 3 e poi lì si fermano: se non riescono a entrare in una delle per altro molte academy che fanno capo alle scuderie di Formula 1 Italia è difficilissimo mettersi in luce. E i costi sono praticamente impossibili da coprire con le risorse familiari e pochi sponsor. Un peccato. Del resto non è che la scuola italiana dei piloti sia mai brillata se facciamo eccezione per l’epoca d’oro tra gli anni ’30 e ’50. Con l’evoluzione delle corse e la progressiva trasformazione della Formula 1 in quello che conosciamo oggi moltissimi piloti professionisti di grande qualità si sono trasformati in ottimi collaudatori ma non sono riusciti a ritagliarsi un ruolo da protagonisti in Formula 1.

Formula 1 Italia: è sempre più difficile per i giovani talenti italiani della pista emergere

Parlando di Academy la Ferrari ha cercato di dare spazio ad alcuni dei talenti migliori del nostro paese ma alla fine solo due sono i talenti che sono emersi con concrete possibilità di arrivare alla guida dei bolidi per eccellenza, Antonio Fuoco e Antonio Giovinazzi: il primo è rimasto a piedi nonostante un grandissimo talento che forse avrebbe meritato qualche chance in più. Giovinazzi invece è riuscito a riportare una spruzzata d’Italia in Formula Uno alla guida, oltretutto di una macchina interamente italiana come l’Alfa Romeo: una bella, doppia soddisfazione.

Inizialmente le cose non sono andate benissimo: nessun piazzamento, addirittura tre penalizzazioni una dietro l’altra l’ultima delle quali davvero evitabile quando il pilota pugliese ha ostacolato Nico Hulkenberg durante il suo giro lanciato. Giovanizzi non è stato avvertito via radio e involontariamente ha fatto da tappo. Errori di squadra dettati dall’inesperienza anche se altre penalizzazioni erano state marcate sia in Spagna, per problema meccanico a causa del quale è partito ultimo in griglia anziché 17esimo, è in Azerbaijan dove fu arretrato di tre posizioni per avere sostituito la centralina elettronica. Un approccio insomma molto difficile e sicuramente non aiutato né dagli errori né tantomeno dalla sorte.

Giovinazzi va a punti: un momento che l’Italia ha atteso per ben nove anni

Poi però le cose sono cambiate: merito di un decimo posto in Austria che ha rotto un digiuno di oltre nove anni. Da tanto infatti mancava nella distribuzione dei punti alla fine di un gran premio un pilota. Parliamo di un punto solo, anzi mezzo, perché la gara si è anche conclusa anzitempo ma si tratta comunque di un segnale estremamente positivo sia per Giovinazzi che per la Alfa Romeo capace di piazzare a punti anche Raikkonen, nono.

Era il 2010 e si correva in Corea: la vittoria va a Fernando Alonso vince davanti a Lewis Hamilton, ma la vera notizia per gli italiani è il piazzamento in zona punti, al sesto posto, di Vitantonio Liuzzi con la Force India. D’accordo, non è che gli italiani avessero una tradizione straordinaria e non è nemmeno che per il futuro ci aspettassimo chissà quali risultati ma da questo a dover aspettare addirittura nove anni per avere in zona punti un nostro pilota ce ne corre. Fin dalla firma del suo contratto con la Alfa Romeo Giovinazzi aveva messo tra i suoi target stagionali proprio il raggiungimento della zona punti: ci sono voluti nove gran premi ma bisogna anche sottolineare che l’obiettivo è stato raggiunto brillantemente in un fine settimana non facile e dopo una partenza non particolarmente brillante dalla quale Giovinazzi si è ripreso molto bene fino a chiudere senza dover ringraziare la sorte o gli errori degli altri.

È un punto di partenza, da qui si può solo migliorare con l’aiuto di una macchina che con il passare delle settimane si sta dimostrando affidabile, di un team decisamente più rodato e di un compagno di squadra come Raikkonen che può essergli estremamente utile sotto l’aspetto dell’esperienza e dei consigli. Divertente all’arrivo al traguardo sul circuito di Spielberg il rito cui Antonio, 25enne originario di Martina Franca, è stato costretto a sottoporsi: un taglio radicale di capelli imposto per scommessa dal direttore del team Alfa Frederic Vasseur. Cancellato lo zero in classifica che stava cominciando a diventare pesante, Giovinazzi può cominciare a divertirsi e a togliersi altre soddisfazioni con lo spirito più leggero di chi non ha nulla da dimostrare e niente da perdere.

Questa è la sua terza stagione in Formula 1, la prima da pilota dopo due anni da test driver con Sauber, Haas e Ferrari prima e con Alfa e Ferrari poi. Per un ragazzo ancora molto giovane che ha cominciato a correre e vincere poco più che bambino molto presto, i margini di miglioramento sono ancora notevoli. E c’è anche la speranza che il suo esempio scrolli un po’ l’immobilismo del nostro paese che porta sistematicamente i migliori talenti italiani fuori dai circuiti proprio sul più bello mentre sulle monoposto irrompono piloti tedeschi, svizzeri, francesi, giapponesi e del nord. Non solo per qualità ma anche per l’interessamento dei soliti sponsor che spesso valgono anche più del talento.

Antonio in questo momento è l’unico italiano tra i venti piloti inseriti in griglia dalle dieci scuderie: il Regno Unito è il paese più rappresentato con il campione del mondo Hamilton, Norris e Russel; la Germania ha due piloti (Hulkenberg e Vettel) come la Finlandia (Raikkonen e Bottas) e la Francia (Gasly e Grosjean), Olanda (Verstappen), Spagna (Sainz), Australia (Ricciardo), Danimarca (Magnussen), Messico (Perez), Russia (Kvyat), Thailanda (Albon), Principato di Monaco (Leclerc), Canada (Stroll) e Polonia (Kubica) hanno un casco a testa in una distribuzione di forze e risorse piuttosto equilibrata ma che vede la scuola piloti italiana decisamente sottodimensionata rispetto a quello che la storia e la tradizione del nostro paese meriterebbero.

Ultima modifica: 18 Luglio 2019