Daytona 500, perché è una gara così pericolosa?

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Gli sport motoristici sono in genere pericolosi: per chi li pratica ma anche per gli spettatori. Non è un caso che negli ultimi quarant’anni siano stati fatti passi da gigante sul fronte della sicurezza sia all’interno degli abitacoli delle vetture che sugli spalti.I tempi di intervento degli specialisti antifuoco si sono ridotti ovunque a pochi secondi e tutti i circuiti sono organizzati in modo strategico con punti di pronto intervento, ambulanze, ossigeno, defibrillatori. Purtroppo quando si parla della vita delle persone, anche se si tratta di un evento sportivo non si può lasciare nulla al caso. Vediamo in particolare la Daytona 500 una gara davvero pericolosa.

Daytona, un mito nato su uno stretto nastro di sabbia

La pista di Daytona in particolare è considerata una delle più pericolose in assoluto: lo dicono le statistiche, gli incidenti ma anche la tipologia di corsa che gli americani amano di più in assoluto, la NASCAR che proprio a Daytona vive il suo momento più spettacolare e culminante. L’appuntamento della 500 miglia di Daytona è in assoluto il secondo evento sportivo più seguito sulle televisioni americane al punto che molti sociologi parlano di Daytona Thrill, l’aspettativa in chi guarda l’evento di assistere a un grave imminente incidente.

La pista si trova a poca distanza dal quartiere generale della NASCAR che è una industria che fattura centinaia di milioni di dollari ogni anno in diritti e sponsorizzazioni. Le prime gare, con auto a ruote coperte ed elaborate fino a sviluppare oltre 400 cavalli, si tenevano su un ovale in sabbia a poca distanza dalla spiaggia dove si faceva surf.

Il rombo delle auto si sentiva a trenta miglia di distanza… Poi nel 1959 viene inaugurata la pista della Daytona 200, un nastro d’asfalto coperto di sabbia appoggiato sulle dune di Daytona Beach. Gli incidentisi sprecano, molti sono mortali: era una delle piste utilizzate anche per le gare di massima velocità su moto nonostante l’aderenza delle due ruote fosse davvero ai limiti. All’ennesimo incidente mortale la proprietà della pista decide di costruire un nuovo tracciato.

Le vittime di Daytona: piloti, ma anche meccanici e spettatori

La NASCAR per la verità di incidenti ne ha subiti un po’ ovunque: uno di quelli che viene ricordato con maggiore angoscia fu a Talladega ed ebbe per protagonista il leggendario Bobby Allison: da qui in poi si cerca di usare contromisure.

A Daytona per esempio per la prima volta viene sperimentato con successo l’intervento di auto di sicurezza equipaggiate per incidenti e per tranciare le lamiere mentre il resto delle vetture proseguivano in sicurezza sulla pista; e sempre a Daytona viene reso obbligatorio l’uso degli Air Restrictor, piastre che creando attrito diminuivano la potenza delle vetture e la velocità.

In un secondo momento si decide di limitare la potenza dei motori. A oggi, se si considerano solo i piloti deceduti in corsa, le persone che hanno perso la vita a Daytona sono 38: stelle di prima grandezza come quelle di Billy Wade, Don MacTavish, Prince, Hassler, Don Williams, Bruce Jacopi, Joe Young, Booher, Bonnet, Orr ma soprattutto Dale Earnhardt Sr., che a pochi metri dal traguardo della Daytona 500 del 2001 si schianta a 300 km/h contro il muro.

A oggi Earnhardt è il pilota con il maggior numero di vittorie a Daytona, ben 34. Nel 2013 quando la macchina #32 di Kyle Larson si schiantò contro le paratie di protezione del pubblico coinvolgendo molte altre vetture, si contarono venti feriti per l’incidente e altrettanti per la fuga e la calca. Incredibilmente, per essere stato uno degli incidenti più drammatici degli ultimi anni, nessuna vittima.

Ultima modifica: 16 Maggio 2019