Otto domande a Tommaso Spadolini, architetto di yacht

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Tommaso Spadolini, nato a Firenze nel 1957, ha firmato piu’ di 100 yachts. E’ figlio del celebre architetto Pierluigi e nipote dell’ex presidente del Consiglio Giovanni. Laureato in architettura,seguendo le orme del padre, ha cominciato a progettare yachts a 20 anni e a 22 ha co-progettato con il padre Koala, il primo yacht a vela. Tra i suoi progetti figurano yachts per il re di Spagna e per molti magnati Usa. Tra due anni mettera’ in acqua un 70 metri e un 72 metri, oltre ad aver firmato un 43 metri in acciaio e un 33 in alluminio, entrambi in costruzione in Cina

{{IMG_SX}}La progettazione dei grandi yachts segna ormai la riconosciuta leadership degli italiani. Secondo lei per quale motivo?
“Volendo essere onesti, perche’ abbiamo cominciato prima degli altri a coniugare le doti marine con la ricerca estetica. Siamo diventati un’icona, con imprenditori capaci e lungimiranti come Paolo Vitelli, Antonio Sostegni, grandi matite come Cagliari, eccetera. E la fama della moda italiana aiuta”.
Oggi ai tradizionali e celeberrimi cantieri nautici italiani vanno aggiungendosi nuovi marchi, quasi tutti in nicchie Vip. Ritiene che sia positivo o che possa creare confusione e abbassare gli standard?
“La concorrenza, quando e’ corretta e stimolante, aiuta a migliorare e migliorarsi. Diverso il caso di chi copia. In un’intervista parlai di fotocopiatrici d’oro…”
Come nasce un progettista di grandi yachts, o per meglio dire un team di progettazione specializzato tra interni, impianti, carene etc?
“E’ giusto parlare di team, perche’ la progettazione di un grande yacht coinvolge una serie di specialisti: c’e’ chi ha ottimizzato l’opera viva, cioe’ le linee d’acqua, chi la linea esterna, chi gli interni sui quali spesso l’armatore ha idee precise, chi l’impiantistica e i motori. Questi team non s’improvvisano. E non ce ne sono molti, almeno ad alto livello”
La tecnologia e l’utilizzo del computer grafico (CAD) sono in grado, a suo parere, di sostituire in toto anche il “lampo di genio” dei vecchi mastri d’ascia?
“La tecnologia computerizzata aiuta, inutile negarlo. Ma aiuta a far prima e fornire proiezioni del progetto ruotate in tre dimensioni. Se non c’e’ l’idea, se la barca non nasce da un colpo d’ala o di passione, il computer non puo’ far niente. Io, ad esempio, comincio sempre un progetto con carta, matita, gomma da cancellare e pantografo”.
La nautica italiana di e’lite continua a crescere mentre la piccola e media nautica soffrono. Dipende dai costi o da altri fattori? E quali?
“La grande nautica cresce perche’ il mercato dei ricchi, di coloro che spendono tanto per i loro giocattoli, e’ sempre in espansione. Cresce tanto che ci si stanno buttando anche grandi studi d’architettura che fino a pochi anni fa snobbavano il settore: vedi Piano, Stark, ed altri. Perche’ soffre la piccola nautica? Solo per una causa: mancano ormeggi e strutture dedicate”.
Si dice spesso che se ci fossero piu’ strutture nautiche low cost per la piccola nautica anche di passaggio, il settore si riprenderebbe. E’ d’accordo?
“Ho gia’ risposto: ne sono piu’ che certo. E aggiungo che occorrerebbero porticcioli, punti di ormeggio, anche spiagge attrezzate, proprio per piccole barche e non solo stanziali. Invece la domanda e’ dieci volte l’offerta, i prezzi sono proibitivi e la gente rinuncia anche alla barca di 10 metri, che puo’ costare quanto una delle tante berline di lusso in giro”.
Lei naviga, oltre che progettare barche, anche in altri paesi. Quali le differenze, in bene e in male, dall’Italia?
“Sono nella cultura del mare, della navigazione, della vela. In Francia la vela l’insegnano a scuola, in Scandinavia nei fine settimana i ragazzini vanno in mare con tutti i tipi di barche come da noi in motorino. E’ cosi’ che nasce la passione per il mare, che da noi e’ molto piu’ rara”.
Una domanda provocatoria: sui motoryachts della classe che anche lei progetta, spesso la visibilita’ dal posto guida e’ limitata. Non si puo’ far di piu’ per la sicurezza?
“E’ un problema reale, e da progettista me ne faccio carico. Il problema non e’ pero’ dei grandi motoryachts, dove le timonerie interne hanno vetri con chiarovisore, ali di plancia, grandi superfici trasparenti. E’ sui motoryachts da 15\20 metri, spesso con linee rastremate ed estreme, che spesso si rinuncia alla visibilita’ nella timoneria interna perche’ si ipotizza di guidare solo dal flying bridge. E con barche che corrono a 25 nodi, si fa presto a tagliare in due un gommone e una lancetta visti troppo tardi”.

 

Ultima modifica: 16 Novembre 2017