Cambiare pelle ai centri urbani, la rivoluzione della mobilità

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Niente sarà più come prima, nemmeno le città. La pandemia di Covid-19 potrebbe avere un impatto permanente su come abiteremo, lavoreremo, ci muoveremo, andremo a fare acquisti e socializzeremo nei centri urbani.

Alcune tendenze, come la difesa della qualità dell’aria e la progressiva espulsione delle auto private dai centri cittadini, erano già in atto da prima, ma l’esperienza del coronavirus potrebbe accelerare la loro affermazione.

La battaglia degli enti locali a favore del clima e dell’ambiente è particolarmente importante, perché il processo globale di inurbamento è in forte sviluppo e l’homo civicus è destinato a crescere dai 3,9 miliardi attuali a circa 6,4 miliardi di persone entro il 2050, su una popolazione globale di oltre 9 miliardi.

A metà del secolo, due terzi dell’umanità sarà concentrata nei centri urbani

Da qui deve cominciare la transizione energetica, concentrando gli sforzi su edifici e trasporti, responsabili del grosso delle emissioni globali. Chi riuscirà a decarbonizzare le città avrà vinto la battaglia per la protezione del clima e dell’ambiente.

Con i blocchi dovuti alla pandemia, che hanno ridotto drasticamente l’uso dei sistemi di trasporto pubblico, le autorità locali – da Boston a Parigi – hanno approfittato per chiudere molte strade alle auto e concedere più spazio ai pedoni, alle biciclette e ai locali, che stanno rapidamente trasformando le città in un vasto caffè all’aperto.

Come le meduse nei canali di Venezia e i fenicotteri a Mumbai, anche pedoni e ciclisti ora si avventurano là dove prima non avrebbero mai osato andare e i ragazzi giocano a calcio in mezzo alla strada.

La tendenza dei cittadini a riappropriarsi delle strade è per una volta un movimento globale e il mondo sembra trasformato in un film di Cesare Zavattini, che sognava una città dove «buongiorno voglia davvero dire buongiorno».

In Europa, la rivoluzione delle città sostenibili sembra inarrestabile. Mentre i grandi del mondo litigano, paralizzati di fronte agli effetti devastanti della crisi climatica e pandemica, i sindaci delle metropoli pedonalizzano i centri cittadini, limitano il traffico delle auto, srotolano piste ciclabili, costruiscono reti di teleriscaldamento, di bike sharing, di car sharing, impongono edifici a energia quasi zero, mettono fuori legge i sistemi di riscaldamento inquinanti.

Le parole di Stefano Boeri

L’incontro con la malattia si rivela dunque «un’opportunità per ripensare il modo di abitare le nostre città, trasformando l’Italia in un arcipelago di borghi urbani», esorta Stefano Boeri, l’architetto del Bosco Verticale.

Dalla consapevolezza di una grande fragilità nasce così il cambiamento dei tempi di lavoro e di residenzialità, insieme a una nuova voglia di partecipazione dei cittadini alla governance urbana. «Le città devono diventare il laboratorio di democrazia e sostenibilità che fronteggia ogni shock sociale ed economico», commenta Boeri.

In questo senso sarà essenziale la rivoluzione digitale delle città. Reti intelligenti, rigenerazione distribuita, sistemi di accumulo, mobilità elettrica, illuminazione a led.

Sono tutti ingredienti con cui le città intelligenti risponderanno in maniera proattiva alle richieste dei cittadini. La rivoluzione digitale, però, non basta. Gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Onu saranno impossibili da raggiungere se non vinceremo la sfida della densificazione dei centri urbani.

Il segreto è privilegiare la rigenerazione sulla costruzione da terreno vergine: sfruttando i terreni interstiziali, come le aree ferroviarie dismesse o le ex zone industriali, le città potranno fornire in modo efficiente elettricità, acqua, teleriscaldamento e altri servizi municipali a più persone in uno spazio contenuto, con un disegno complessivo di sostenibilità ambientale e sociale.

Solo così le città saranno abbastanza resilienti da vincere la doppia sfida dell’immigrazione di massa e dell’emergenza climatica.

Elena Comelli

Ultima modifica: 25 maggio 2021