Super Bike: le moto più straordinarie di tutti i tempi

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L’estetica può riunire o dividere, certamente fa discutere, ma la velocità non è un concetto astratto e soprattutto non è opinabile. Perché basta un cronometro, una pista e una vena di follia e la velocità diventa lo spazio coperto in un tempo sempre più ridotto. Ma quando si parla di velocità supersoniche alla portata di chiunque, non ci si può riferire a un jet e nemmeno ai bolidi di Formula 1. Il pensiero corre su due ruote, quelle delle Super Bike, che hanno una storia antica, nata proprio dalla necessità di un trasporto diffuso e a basso costo. Concetto che si è poi evoluto fino a raggiungere standard tecnologici di altissimo livello e di grandi prestazioni. Sono moto per appassionati della velocità, studiate per chi sogna di andare almeno una volta nella vita in pista e provare l’ebbrezza di un’accelerazione che può arrivare anche a 300 chilometri orari in una manciata di secondi. Tutto questo è possibile e accade da anni.

La rivalsa del Giappone

Se è vero che la storia comincia dal disastro delle bombe atomiche sganciate sul Giappone nel 1945, di quell’orgogliosa ripresa economica dei nipponici che ne seguì, resta intatto il concetto di andare sempre oltre, superare le barriere del tempo e non a caso i modelli di Super Bike più fortunati restano sempre nel cuore degli appassionati. Accelerazione straordinaria, velocità massime incredibili, frenate impossibili e grande manovrabilità: questi sono gli elementi che distinguono le Super Bike e ogni giudizio sui vari modelli non può prescindere da questi elementi. Nel campionato mondiale di Super Bike possono correre soltanto modelli prodotti in serie, sia pure in numero limitato, ma non le “special”, perché la differenza tra la versione da strada e quella da corsa deve limitarsi all’assenza degli specchietti retrovisori e dei fari, della targa e di pochi altri dettagli. E’ negli anni ’70 che esplode la Super Bike e sono proprio i giapponesi della Honda a irrompere sul mercato con la loro avanguardia tecnologica, zittendo le case britanniche, all’epoca dominanti. La Honda CB750 del 1969 è un concentrato di alta tecnologia per quei tempi. Un motore a 4 cilindri con otto valvole con albero a camme in testa raffreddato ad aria rivoluziona la produzione non soltanto in Giappone, ma anche nel vecchio continente le case motociclitiche sono costrette ad adeguarsi e studiare nuove soluzioni. Impresa che non riesce ai britannici, condannati sul finire degli anni ’70 a lasciare il mercato. Appartiene a questa storia anche la Kawasaki Z1 900, lanciata nel 1972 con il suo motore a quattro tempi entra subito in competizione con la più anziana Honda e con il tre cilindri a due tempi della Suzuki e il bicilindrico della Yamaha della stessa epoca.

Fine del predominio britannico

Gli anni ’80 segnano il predominio delle giapponesi, con l’uscita di scena dei britannici. I produttori si accorgono però che il motore non è tutto: per migliorare le prestazioni occorre anche un buon pneumatico. Michelin nel 1987 distribuisce il primo pneumatico radiale per moto e la sfida della velocità si sposta sull’intelaiatura della moto. Suzuki sperimenta sulla RG250 Gamma il primo telaio rigido in alluminio leggero e con la FZR1000 raggiunge prestazioni eccezionali grazie anche a un nuovo sistema di sospensioni e freni, nati proprio dalle esperienze su pista.

Orgoglio italiano

La fine degli anni ’80 segna il risveglio delle italiane. Lo strapotere nipponico nel campo della Super Bike subisce lo scatto d’orgoglio della Ducati. La 851 monta un motore bicilindrico a V a iniezione, con raffreddamento a liquido, otto valvole su telaio da competizione. Ed è subito successo. La Ducati 851 compete senza timore con le 750 giapponesi e vince nel campionato mondiale appena istituito. Bisogna aspettare ancora qualche anno per vedere sulla scena anche le case tedesche. E’ Bmw a imporsi nel 1993 con la R1100. Monta il consolidato motore Boxer a quattro valvole. E risorgono anche i britannici, con la Triumph, rivitalizzata dal tycoon John Bloor. In Italia Aprila decide di cimentarsi nelle Super Bike e lancia la sua RSV1000. Scatta la concorrenza con Benelli, che ha trovato il suo rilancio con Andrea Merloni, e mette sul mercato la sua Tornado 900. La leggendaria Moto Guzzi non riesce a stare al passo e finisce per essere acquisita da Aprilia. La chiave di volta per tanto slancio nel settore viene sicuramente dall’adrenalina di un Mondiale. Honda si riprende la scena, con la RC45 da 750 cc di cilindrata, che nel 1997 sale sul podio. La fortuna arriva con il motore bicilindrico a V con 1000 cc di cilindrata. Honda si aggiudica due motomondiali di seguito con i modelli SP-1 e SP-2.

Aprilia sale in cattedra

Negli anni ’90 Aprilia scopre che anche le piccole cilindrate possono offrire grandi prestazioni, addirittura con soli 250 cc. La casa italiana si affida a Suzuki per un motore prodotto in serie, un bicilindrico a V, a due tempi e con raffreddamento a liquido con valvole di scarico elettroniche a ghigliottina e alimentazione a controllo elettronico. E’ il 1994 e la RS250 Aprilia conquista il mercato con i suoi 205 chilometri orari di velocità massima in una moto così leggera, appena 140 chilogrammi di peso. La RSV1000 di Aprilia è un concentrato di potenza, tecnologia e design ma non riesce a strappare il cuore agli appassionati come la 916 della Ducati. Il tema del design accattivante e aggressivo diventa centrale alla fine degli anni ’90. Aprilia e Ducati dettano il passo e Bmw si lancia all’inseguimento con la sua R1100S, dal telaio aggressivo e le linee sinuose con un motore potente e soluzioni innovative come il sistema frenante ABS. Se si vuole considerare un arco di tempo molto ampio è comunque in Giappone che bisogna tornare, e forse scoprire perché dal 1985 la Suzuki GSX-R750 continua a esercitare il suo fascino, anche nella versione replica del 2014. Da oltre trent’anni resiste nei gusti degli appassionati anche per la perfetta combinazione di prestazioni e manegevolezza, anche per soluzioni innovative. Il modello T fu il primo a impiegare un telaio a doppia trave in alluminio che tocca standard elevati di stabilità.

Ultima modifica: 22 agosto 2018