Storia e curiosità del pulmino simbolo della Volkswagen

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Pochi mezzi sono entrati a far parte dell’immaginario collettivo diventando oggetti di moda e tendenza prima, di culto poi, come il pulmino Volkswagen. La prima curiosità è l’italianizzazione del suo termine ormai accettato da tutte i dizionari e persino dalla Treccani: pulmino, anche se in realtà bisognerebbe scrivere pullmino, con due ‘l’, diminutivo piuttosto azzardato del termine pullman che – pochi lo sanno – è dovuto al primo costruttore dei bus gran turismo, l’austero ingegnere americano George Mortimer Pullman.

Il Volkswagen, altra curiosità, non doveva nascere come mezzo di trasporto per persone, bensì per cose: doveva essere un furgone. Il suo ideatore, l’olandese Ben Pon, suggerì l’idea con pochi schizzi ai dirigenti della fabbrica tedesca di Wolfsburg che stava lentamente rimettendo in piedi la catena di montaggio dopo il disastroso sforzo bellico della seconda guerra mondiale.

Pon presenta un disegno bizzarro, una sorta di estensione del pianale originale del Maggiolino, macchina di straordinario successo e di enorme solidità: sullo stesso chassis, con poco sforzo, si poteva realizzare un furgone destinato a muratori, commercianti, piccoli trasportatori che con una minima spesa potevano riprendere la loro attività e contribuire a rimettere in piedi il paese.

Il furgone che diventa il pulmino da trasporto per eccellenza

Nonostante l’azzardo – alcuni ingegneri non erano per nulla d’accordo sulla realizzazione di un furgone a basso costo, l’idea di Ben Pon piace e i suoi schizzi fanno il giro degli uffici tecnici; gli ingegneri della VW impiegano tre mesi a progettare il lavoro di adeguamento dello chassis mentre il motore è l’affidabilissimo Boxer 1200  che gli operai Volkswagen montavano praticamente a occhi chiusi.

Ben Pon convince i disegnatori della fabbrica a risparmiare sullo spazio troncando il muso del veicolo e posizionando il motore nel retrotreno, sotto il carico. È l’idea vincente che rende il furgone Volkswagen un simbolo. Il Maggiolino era stato battezzato Type1 e in tre anni aveva venduto 20 mila veicoli, tantissimi per un paese devastato; il furgone diventa il Type2 e la fabbrica risparmia enormemente posizionando un’unica linea di produzione per i motori.

I capannoni di Wolfsburg, all’interno dei quali sono molti gli operai che restano a dormire in attesa che – dopo le industrie – vengano ricostruite anche le case distrutte dalle bombe alleate, si rimettono in moto. Ben Pon nel frattempo disegna un altro schizzo e lo passa agli ingegneri del progetto: via il vano di carico, tanti finestrini a slittamento, due divani da tre posti l’uno più altri tre posti comodi davanti e portelloni laterali a cerniera. È nato il pulmino. Inizialmente in VW i pareri non sono del tutto concordi ma non appena il mezzo viene offerto come test al pubblico il risultato è sensazionale. Gli ordini fioccano.

Il pulmino Volkswagen: robusto, sempre adatto, eterno

Oggi si chiamerebbe Van, o MiniBus: di fatto il pulmino tedesco è stato un pioniere nel trasporto delle persone. Un mezzo semplice, robusto, economico e sicuramente affascinante. Capace di trasformarsi con il cambiare del tempo adattandosi a qualsiasi esigenza: gli anni che seguono la creazione del pulmino sono di straordinaria intensità e attività per la Volkswagen che quasi non riesce a soddisfare le richieste del mezzo.

Inizialmente disponibile in due soli colori, azzurro o panna, il pulmino Volkswagen diventa oggetto di studio anche da parte dei primi artisti di design moderno in particolare negli anni ’60. E la fabbrica ha la grande lungimiranza di seguire l’onda lunga del consenso del pubblico: il simbolo della Volkswagen diventa gigantesco sullo sterno del mezzo, posizionato al centro di una grande V ellittica, il volante è altrettanto grande, i colori cominciano ad aumentare, a variare, anche a mischiarsi diventando il primo esperimento bi-tri color nella storia dell’automotive.

È proprio durante gli anni ’60 che il mezzo ottiene il suo apice: il Type2 conquista il mercato americano, diventa il simbolo dei Flower Power e dei movimenti hippy. Le foto dei festival rock a cominciare da Woodstock nei quali intere compagnie di giovani dormono o mangiano accanto a un VW Type2 sono migliaia.

Un mezzo che può andare ovunque: ci si attraversa il deserto, si affronta la Route 66 negli States, si raggiunge Capo Nord… è un mezzo che può macinare centinaia di migliaia di chilometri e sul quale qualsiasi meccanico di qualunque parte del mondo in caso di necessità è in grado di mettere le mani.

Gli esperimenti intorno al pulmino Volkswagen e il mercato degli amatori

Il Type2, poi semplicemente T2, cessa di essere prodotto in Europa nel 1979 lasciando spazio a furgoni più moderni che per altro seguono inizialmente la stessa filosofia del vecchio mezzo nato nel 1947. In Brasile il mezzo – ribattezzato Kombi – viene prodotto ancora fino al 2013. Poi va definitivamente in archivio. Difficile dire quanti milioni di mezzi siano stati venduti in questi anni anche perché alcuni pulmini Volkswagen sono in realtà riproduzioni o ricostruzioni di vecchi modelli. E sono tuttora marcianti.

Impossibile dire quanti di questi veicoli regolarmente immatricolati siano oggi ancora sulla strada. Una cosa è certa. Chi ce l’ha se lo tiene ben stretto. Nel corso di questi anni il pulmino VW è diventato esercizio di stile e divertimento per carrozzieri e costruttori che l’hanno trasformato in camper, veicolo tenda, officina per le biciclette, base d’appoggio per surfisti (altro classico dell’iconografia mondiale)… persino in piscina: con una vasca allestita sul pianale di furgoni appositamente sagomati.

Non molto tempo fa un Type 2 perfettamente restaurato con salottini in pelle pregiata, cucina, tendine, livrea azzurro e arancio, tetto rialzato e assetto ribassato è stato venuto all’asta a quasi 100 mila euro. Indubbiamente oggi le famiglie viaggiano su camper molto più comodi e ricchi, con cucina, bagno chimico, climatizzatore e antenna satellitare: ma il fascino di una lunga vacanza su un VW tra campeggi e spiagge possiamo solo farcelo raccontare da chi ha avuto la fortuna di vivere qualche generazione prima di noi.

Si racconta che Ben Pon, presentando il suo disegno iniziale ai perplessi ingegneri della Volkswagen, disse… “Non vi presento un mezzo ma un sogno e su questo sogno la Germania tornerà a divertirsi, a correre e a crescere”. In fondo non è un concetto molto diverso da quello che nel nostro paese animò la Vespa, o la prima Cinquecento.

Ben Pon aveva ragione: quel sogno secondo i piani industriali di oggi e nonostante tutta la creatività dei nostri designer è difficilissimo da replicare. Forse si può solo copiare e incollare, come una delle tante foto del pulmino Volkswagen in giro per il mondo tra California, Inghilterra, Australia, Africa e Brasile, alla ricerca di quella libertà che tutti vorremmo poter avere.

Ultima modifica: 8 aprile 2019