Come riutilizzare il fresato di asfalto

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Con l’espressione fresato di asfalto si indica il residuo dell’asfalto che solitamente viene recuperato in seguito al procedimento di fresatura, ovvero quel processo di lavorazione attuato con la fresatrice, dalla quale il procedimento prende il nome.

Solitamente, viene usato come componente per l’asfalto a caldo che viene disposto su tutte le superfici stradali, poiché risulta essere più resistente per le estese aree in cui il traffico automobilistico è prettamente intenso. Già a partire dal 2006 è stata varata una normativa che ne definiva la classificazione, quanto la caratterizzasse e quale dovesse essere il suo uso, ma tuttavia non era riuscita a mettere a tacere il dibattito inerente al suo ulteriore uso e al dubbio se potesse essere pericoloso o meno. Il decreto del 28 marzo del 2018 è riuscito a sbrogliare questo dubbio e a far sì che ogni problematica potesse essere accantonata.

Riutilizzo fresato di asfalto: pro e contro

Fin da subito è stato definito come un avanzo di produzione, un sottoprodotto che non poteva essere riutilizzato in alcun modo, invece proprio quest’anno esso è stato indicato come uno “scarto speciale” ed inserito nella categoria di quei granellati che fanno parte dell’agglomerato bituminoso, ovvero dell’asfalto. Va tuttavia sottolineato che, per essere tale, deve rispettare dei canoni particolari ed essere inerente agli standard delle normative scelte dall’Unione Europea.

Tra questi canoni vi sono, ad esempio i CAM, ovvero i cosiddetti “criteri ambientali minimi”, studiati proprio per la realizzazione di opere stradali; ed anche il regolamento realizzato e studiato dal Ministero dell’ambiente.

Una volta verificate queste corrispondenze, un’azienda deve conservare, sia in modalità cartacea che elettronica, il “documento di conformità”, che attesta proprio il rispetto delle corrispondenze richieste. Il materiale non deve essere in alcun modo alterato e, a tale proposito, in seguito ad uno specifico periodo di tempo, esso verrà sottoposto a ripetitive analisi che serviranno, infatti, a testimoniare la conservazione del prodotto originale. Deve essere privo di qualsiasi materiale differente, ad esempio resti di legno, metallo o anche plastica, tutti elementi che possano intralciarne la purezza. In più, per far sì che possa essere lavorato bisogna, inoltre, attribuirgli il codice di certificazione dato dalla normativa di legge varata. Questo decreto è stato reso pubblico proprio sulla Gazzetta Ufficiale, in modo tale che quanto stabilito dal Ministro ambientale Galletti potesse essere visionato da tutti, nessuno escluso.

Ultima modifica: 4 gennaio 2019