Auto ad idrogeno: cosa sono e come funzionano

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Le auto ad idrogeno disponibili oggi sul mercato sono automobili dalle sembianze normalissime, che però hanno una particolarità: vengono alimentare con una fonte alternativa, che ha fatto e continuerà a fare parlare molto di sé. In altri termini, sono automobili che hanno un propulsore che utilizza questo elemento – l’idrogeno, appunto – come carburante. Ma non bisogna credere che le automobili a Idrogeno siano l’ultimo ritrovato della scienza e della tecnica: le prime automobili così concepite risalgono infatti ai primi anni dell’Ottocento, quando venne progettato un motore a combustione interna che funzionava con una miscela di idrogeno e ossigeno. Eppure, come è evidente, non si sono mai massicciamente diffuse. Perché?

Auto ad idrogeno: come funziona

Le automobili a Idrogeno montano un motore in grado di convertire l’energia (chimica) dell’Idrogeno in energia (meccanica). In pratica, grazie a un particolare processo, l’Idrogeno reagisce con l’Ossigeno e produce energia elettrica, la quale è in grado di muovere il mezzo (sì, non solo automobili, ma potenzialmente qualsiasi mezzo, trattori agricoli compresi).

Da un punto di vista tecnico e ingegneristico, si possono distinguere i veicoli a Idrogeno in due macro categorie: quelli il cui acronimo è HICEV – e dunque sono i veicoli con Hydrogen Internal Combustion Engine Vehicle – e quelli il cui acronimo è FCEV – il che sta a significare che sono Fuel Cell Electric Vehicle. La scelta di una o dell’altra tipologia è una scelta a carico del costruttore e non certo del cliente finale. In ogni caso, entrambe le tecnologie presuppongono un’ampia disponibilità di Idrogeno. Disponibilità che, come si vedrà meglio in seguito, al momento è di fatto inesistente. Ma perché – ci si starà chiedendo – l’Idrogeno è una risorsa “rara”?

Da dove arriva l’idrogeno

Prima di addentrarci nel merito della questione, partiamo da un punto fondamentale: per poter parlare di rivoluzione a idrogeno, occorre per prima cosa fare in modo che l’idrogeno sia realmente disponibile e non solo in modeste quantità. Il che, lo si vedrà in seguito, è il nodo gordiano della questione. L’idrogeno, infatti, non si trova libero in natura, ma bisogna in qualche modo crearlo, anche se il termine è decisamente improprio. Ma serve a rendere l’idea di una risorsa che in effetti esiste e porta con sé dei vantaggi, ma che non è immediatamente disponibile.

In altre parole, per poter essere utilizzato, deve essere prodotto. Sì, ma come? Per esempio utilizzando come suo precursore il metano. Oppure utilizzando i combustibili fossili, il che chiaramente, in un’epoca in cui si parla di rivoluzione sostenibile, appare ben poco allettante. O, ancora meglio, impiegando le fonti di energia rinnovabile, segnatamente energia eolica, energia solare e, anche, energia nucleare. Il che, lo si intuisce facilmente, implica l’impiego di tecnologie specifiche e il che, meno intuibile, ma senz’altro sensato, implica la necessità di fare dei conti ben precisi. Il rischio è di impiegare energie fossili per produrre energia alternativa (l’idrogeno, appunto), il che non permetterebbe al bilancio energetico (e nemmeno a quello economico) di chiudere in positivo.

Inoltre, c’è da considerare la problematica legata allo stoccaggio e al trasporto dell’idrogeno, la cui risoluzione richiede investimenti importanti in termini di infrastrutture per la distribuzione. Ma, allora, la domanda sorge spontanea: ha senso perseverare nello sviluppo di questa tecnologia?

Vetture (al momento) fantasma

Dal punto di vista della sostenibilità ambientale, l’Idrogeno è una risorsa non esauribile (si ricava da tutte le fonti di energia rinnovabile) e pertanto in questo senso merita attenzione. E infatti, molti costruttori si stanno cimentando nello studio della fattibilità per costruire automobili a idrogeno anche, sembrerebbero non crederci fino in fondo. I più temerari – in realtà una sparuta minoranza – hanno addirittura anche iniziato a svilupparle e produrle. Ma allora perché non decolla? Va detto che a frenare gli entusiasmi sono soprattutto i costi dello sviluppo delle automobili a idrogeno, che sembrerebbero ancora molto alti. Tanto che sono in molti i costruttori che, dopo aver mostrato un iniziale entusiasmo, hanno deciso di battere in ritirata per dedicarsi a progetti ugualmente impegnativi – si pensi all’ibrido e all’elettrico – ma probabilmente ritenuti più realistici.

Prima di entrare nel merito dei vantaggi dell’idrogeno, va detto che nel corso dello scorso anno, in Italia è stata immatricolata una vettura a idrogeno, segnatamente un esemplare di Mirai di Toyota. Chi sia il temerario che l’ha acquistata e come faccia a rifornirsi, per lo meno dentro ai confini italiani, al momento resta un fitto mistero. Ma la domanda più interessante è: il coraggioso automobilista è destinato a restare un caso isolato, oppure sarà presto in buona compagnia?

Auto ad idrogeno: cosa aspettarsi

Per rendere il quadro della situazione in più dettagliato possibile, va precisato che da Bolzano verso il Nord Europa la rete è disponibile: già oggi non è impensabile percorre la tratta Bolzano – Oslo a bordo di una vettura rifornita a Idrogeno. E’ andare a sud e a ovest il vero problema. Il che, secondo alcuni esperti, potrebbe creare presto dei problemi di appetibilità, in termini turistici, del Paese Italia. Infatti, se in altri paesi le automobili a idrogeno dovessero realmente diffondersi in maniera massiccia, l’Italia rischierebbe di restare al palo in tutti i sensi, perché priva di una rete capillare in grado di soddisfare la domanda e il bisogno di idrogeno.

Ma a proposito di rete di rifornimento, va detto che sebbene al momento viaggiare in Italia sia pressoché impossibile, è altrettanto vero che un piano a livello nazionale prevede un obiettivo ben preciso e di breve, se non brevissimo termine: entro il 2023 dovrebbe essere disponibile una rete di rifornitori ad idrogeno in tutta Italia. Realtà o fantascienza? Al momento è pressoché impossibile fare una previsione sensata. Lo si scoprirà nei prossimo quattro-cinque anni.

 

Ultima modifica: 8 febbraio 2019