Vespa inimitabile, l’UE boccia il clone cinese

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Il foulard di seta annodato al collo che vibra sbarazzino nel vento. Audrey Hepburn raggiante e bellissima. Il suo corpo esile stretto a Gregory Peck, mentre sfrecciano folli tra i vicoli di una Roma baciata dal sole. E poi la Vespa.

Vacanze romane (1953)- Gregory Peck e Audrey Hepburn su Vespa Piaggio
Vacanze romane (1953)- Gregory Peck e Audrey Hepburn su Vespa Piaggio

Una Vespa 125 bianca, destinata a diventare eterna come la città che è stata cornice perfetta delle memorabili ’Vacanze Romane’ di William Wyler.

Impossibile dimenticare. La pellicola americana, datata 1953, ha consacrato all’immortalità la regina delle due ruote Piaggio. Un’icona senza tempo – nata e cresciuta nella fabbrica di Pontedera – che ha segnato la storia del Belpaese rivoluzionandone costumi e società.

Le industrie internazionali, negli anni, hanno cercato più volte di imitarla senza riuscirvi. L’ultimo tentativo è apparso al salone milanese Eicma 2019, ma l’Unione europea ha vanificato gli sforzi di un’impresa cinese che ha registrato un design ad hoc con il chiaro intento di giustificare la produzione di «scooter simili a Vespa».

La GTS 300 hpe

Abbastanza – troppo – simili. Tanto da far scattare sull’attenti l’Invalidity division Euipo per la difesa della proprietà intellettuale. Il verdetto: «Design nullo» perché «incapace di suscitare un’impressione generale differente rispetto alla Vespa Primavera».

Quella mossa, insomma, non era altro che un «illecito tentativo di riprodurre i fregi estetici» di un mito italiano il cui valore artistico è patrimonio protetto (dal design registrato dal gruppo guidato dal presidente Roberto Colaninno nel 2013, ndr) e da proteggere.

Quindi: clone rimosso. Ovviamente su iniziativa di mamma Piaggio, da sempre pronta a difendere con le unghie e con i denti i propri gioielli di famiglia. Già oltre cinquanta nell’ultimo biennio i marchi fatti cancellare.

Del resto, Vespa è più di un banale mezzo di trasporto. Doveva ’semplicemente’ rimettere in moto la nazione del dopoguerra. Invece si è trasformata in un simbolo del made in Italy nel mondo, forse appena un passo dietro la pizza.

La versione elettrica

La nascita del mito di Vespa

Correva l’anno 1946 quando l’abile imprenditore Enrico Piaggio e il geniale progettista Corradino D’Ascanio lanciavano sul mercato quel piccolo e bizzarro veicolo a due ruote.

Il suo nome doveva essere Paperino, ma il ronzio e la forma snella che si stringe come in un vitino di vespa ne cambiarono il destino. L’Italia intanto fremeva per ricostruire dalle sue macerie e già si proiettava nel boom economico che sarebbe esploso poi negli anni Sessanta.

Nell’aria si respirava un desiderio viscerale di rinascere e di muoversi nonostante le strade distrutte dai bombardamenti. Le auto, oltre ad essere un bene inarrivabile per la classe media, mal si prestavano alle esigenze di un popolo nuovo che voleva tornare a sognare la libertà.

Ma soprattutto ai desideri delle donne che, durante il conflitto, avevano imparato a sostituire gli uomini e dunque reclamavano a gran voce la propria indipendenza. Da conquistare, sì, anche in sella a quella Vespa… alla guida o con le gambe sospese di lato. Come in un film.

Elisa Capobianco

Vespa, la galleria fotografica

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Ultima modifica: 26 maggio 2020

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