La Porsche di Hitler all’asta delle beffe

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La Porsche di Hitler è rimasta invenduta ma per un incredibile errore, sabato all’asta di Sotheby’s a Monterey in California.

Il modello 64 (Type 64) doveva raggiungere secondo gli esperti una ventina di milioni, ma il banditore invece di partire da 13 milioni di dollari, poco più della metà del valore stimato, ha annunciato “trenta”, i compratori si sono spaventati, e l’asta è stata sospesa.

Non è chiaro se sia stato un errore, o se i presenti hanno udito male, in inglese è facile confondersi fra thirteen, tredici, e thirty, trenta, ma sullo schermo è apparsa la cifra sbagliata.

«Quasi una comica», ha commentato Johnny Shaughnessy, un collezionista della California. «La casa d’aste fa una pessima figura. Mio padre anni fa avrebbe potuto comprare questo modello per cinque milioni di dollari, ma lui né nessun altro lo volle».

Sarà per la prossima volta, ma difficilmente la prima Porsche della storia, voluta da Hitler, potrà battere il record detenuto della Ferrari nata a Maranello che l’anno scorso raggiunse i 42 milioni di euro.

Quest’anno l’Aston Martin DB5 del 1965, quella usata da Sean Connery, o meglio da James Bond, in Goldfinger è stata acquistata per 5,7 milioni di euro.

La Porsche 64 è il modello più antico, e doveva partecipare al rally Berlino-Roma nel 1939, per celebrare il “patto d’acciaio” con l’Italia di Mussolini. Ma la corsa non fu disputata perché il Führer decise di invadere la Polonia.

La vettura fu disegnata dallo stesso Ferdinand Porsche. Ha un motore da 35 PS, pesa 600 chili, e sfiora i 160 km all’ora. Una velocità di una moderna Fiat 500.

Ne furono fabbricati tre esemplari: il primo cadde nelle mani di alcuni soldati americani che lo distrussero uscendo di strada.

Il secondo fu ritrovato a pezzi nel dopoguerra e, rimontato, è esposto oggi al museo della tecnica ad Amburgo. Il terzo, quello di Monterey, fu comprato dal pilota austriaco Otto Mathé. Che al suo volante disputò e vinse diverse gare.

È in perfette condizioni, la carrozzeria argentea in alluminio senza un graffio, il motore pronto a coprire ancora migliaia di chilometri. L’abitacolo è angusto e scomodo, e il pilota siede quasi al centro.

La storia di Porsche e Volkswagen

A studiare la carrozzeria, non ricorda quella classica di una Porsche. Saltano agli occhi le somiglianze con il primo Maggiolino, il Käfer, progettato da Ferdinand Porsche su ordine di Hitler.

Il Führer voleva “un’auto per il popolo”, appunto la Volkswagen. Migliaia di tedeschi pagarono in anticipo la vettura, mille Reichsmark, due mesi di stipendio di un alto funzionario pubblico.

Fu creata una nuova città, vicino a Hannover, per ospitare lo stabilimento, Wolfsbug, la città del lupo. Wolf era il nomignolo con cui solo gli amici potevano chiamare Hitler. Ma oggi si preferisce non ricordarlo.

La macchina del popolo non venne mai prodotta a causa della guerra. Dalle catene di montaggio a Wolfsburg uscivano panzer per la vittoria del III Reich.

Dopo la disfatta, la vettura del popolo non venne consegnata a quanti l’avevano pagata in anticipo, e non vennero rimborsati.

Il “Käfer” divenne l’auto più venduta in tutto il mondo. Contribuendo al primo boom economico della Germania negli Anni Cinquanta. Porsche fu incarcerato dagli alleati per la sua complicità con il nazismo, ma rimase in cella 22 mesi.

Roberto Giardina

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Ultima modifica: 21 agosto 2019

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