Isotta Fraschini, da Al Capone al Duce. Storia di un mito simbolo del lusso

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L’eroe del fumetto anni Settanta si chiamava Billy Bis. Trionfava sulle pagine dell’Intrepido, popolarissima rivista. Era bello, coraggioso e… guidava la Isotta Fraschini! Con quel nome un po’ così, figlio dell’identità dei fondatori, Cesare Isotta e i tre fratelli Fraschini, tutta gente manzonianamente lombarda, l’automobile dei sogni era nata all’alba del Novecento. In Italia il popolo andava ancora a piedi, o al massimo a cavallo.

Il ritorno di Isotta Fraschini

Ma a Milano avevano in mente un altro tipo di cavalli. A motore. L’epopea della meccanica, nel Paese dei dialetti, nel Regno dei Savoia unificato solo sulla carta, fu un momento di straordinaria creatività. Umana e imprenditoriale.

Isotta Fraschini Tipo 8A Castagna Imperial Landaulet (1928)

La Isotta Fraschini, un gioiello di eleganza, ammiccava alle lontane suggestioni americane: tanto che, nella baldoria da ricchi che precedette il grande crollo del 1929, quella macchina affascinò Rodolfo Valentino, il divo di Hollywood.

Non solo: i produttori vollero proprio lei, la deliziosa Isotta, sul set di un film come Viale del Tramonto. E i gangster alla Al Capone deliravano per quel simbolo che generava emozioni.

In patria, a confezionare l’oggetto del desiderio contribuì in maniera decisiva la competenza di un grande ingegnere del Nord, il prode Giustino Cattaneo.

Auto da record

Lavorava sulle potenze e sulle linee: se un bolide della casa in America aveva stabilito un record di velocità a 105 all’ora, nel 1919 era stata presentata la sontuosa Tipo 8. Così bella da togliere il fiato, con un predellino che avrebbe fatto invidia al Berlusconi delle svolte della politica.

Isotta Fraschini Tipo 8B.
Isotta Fraschini Tipo 8B.

La Tipo 8 diventò lo status symbol tra le due Guerre. Possederla significava avvisare il resto del mondo: io ce l’ho fatta e voi no. Gabriele D’Annunzio, il poeta degli eccessi, l’acquistò. Sua Eccellenza il Duce, all’anagrafe Benito Mussolini, ne comprò addirittura tre modelli, al grido di «molte Isotta molto onore».

Il Principe Umberto la usava per portare in giro l’amata Maria Josè. Lo slogan «piace alla gente che piace» avrebbero potuto inventarlo per la Isotta Fraschini.

Paradossalmente, ma mica poi tanto per chi sa leggere tra le righe della storia del nostro sgangherato Paese, il successo portò guai. Dall’America, dopo il crack di Wall Street, si fece avanti Henry Ford.

Isotta Fraschini 8A cabriolet Ramseier - 1924
Isotta Fraschini 8A cabriolet Ramseier – 1924

Il Conte Mazzotti, presidente della Isotta, sapeva che per colpa della crisi globale serviva un socio forte. Il magnate di Detroit lo era ed era innamorato del marchio.

Ma da Torino gli Agnelli si opposero: prima gli italiani! Mussolini abboccò e stabilì che per l’operazione serviva l’assenso del ministero della Guerra, pensa te, visto che l’azienda lavorava anche per il settore militare. Ford comprese l’antifona e ritirò l’offerta. La castastrofe innescata da Hitler nel 1939 fece il resto. Già negli anni Cinquanta della Isotta Fraschini restava soltanto il ricordo. Bellissimo, però.

Leo Turrini

Ultima modifica: 7 luglio 2019