Fiat e Cina, non sarà Great Wall? Ma il futuro non attende

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Fiat e Cina, non sarà Great Wall? Quale futuro? Gli approcci diretti di fatto non ci sono stati. Great Wall ha ribadito il suo potenziale interesse, ma sul tavolo non c’è nulla. E quindi? Bolla di sapone? Non pare proprio così. La Cina dell’auto sta per uscire dai suoi confini. Cambieranno gli equilibri e i rapporti di forza.

Le prospettive

Il futuro non attende, molti aspetti sono destinati a rivoluzionarsi. Nel giro di pochi anni. Riproponiamo l’interessante analisi di Michele Geraci. L’articolo è stato pubblicato dall’autorevole Sole 24 ore.

La storia si ripete: tre decenni dopo l’industria cinese bussa nuovamente alla porta della Fiat. Negli anni ’80, l’allora ad Cesare Romiti disse che la popolazione cinese non avrebbe mai potuto permettersi di acquistare le auto Fiat e che comunque la Cina non era dotata di un’adeguata rete stradale. Oggi, l’attuale Fiat nel mercato cinese e’ praticamente inesistente. Spopolano invece le case tedesche, le coreane e le americane, con una forte penetrazione nella classe medio-alta che desidera modelli con comfort e standard di sicurezza elevati.

L’occidentalizzazione non avviene solo per i consumatori, ma anche a livello aziendale, come nel caso della ormai nota acquisizione della Volvo da parte della Jili, proprio grazie alle avanzate caratteristiche di sicurezza della azienda svedese. Oggi la questione è molto più complicata e la Cina, con il suo sistema paese che si muove in perfetta sintonia tra aziende private, aziende di Stato e Governo, tenta di arricchire il proprio know-how tecnologico e gestionale laddove è ancora rimasta indietro.

Il tempo corre

E lo fa di fretta, perche il piano China Manufacturing 2025 impone traguardi ben precisi, non raggiungibili in maniera organica, ma principalmente potenziando le operazioni di M&A (fusioni e acquisizioni, Ndr) cross-border. E così FCA diventa nuovamente appetibile, non importa che sia la Great Wall o chi altri, in fin dei conti sono tutti pedoni che servono uno stesso Re.

Cosa deve fare l’Italia? Seguire il modello Francia/Macron, che forse anche stiamo gia’ adottando per Vivendi/TIM, e cercare di dettare le condizioni degli investimenti stranieri, anche cinesi, nelle nostre aziende più strategiche. Comunque, un investimento che porti un semplice scambio di azionisti non genera nessun beneficio al Paese e all’azienda, perché non si inietta nuovo capitale.

Un investimento in FCA che comporti invece un aumento di capitale sottoscritto dai nuovi azionisti e che quindi introduca denaro in cassa con un conseguente piano di sviluppo più solido, può starci. Ma la quota di partecipazione del nuovo azionista cinese deve essere limitata al 30%. Con possibilità di incrementarla in presenza di un aumento delle vendite di veicoli nel mercato cinese.

L’equilibrio da trovare

In questo modo il piano FCA di raggiungere 7 milioni di unità vendute nel 2018 beneficerebbe anche di un incremento delle vendite in Cina (che ha un mercato di 28 milioni di veicoli all’anno) ed il valore generato dal nuovo azionista diventerebbe più evidente con ricadute positive anche sulla componente occupazionale italiana. Così facendo si riuscirebbe a mantenere un certo livello di protezione della nostra industria, senza dubbi di protezionismo.

Ultima modifica: 23 agosto 2017