Zero emissioni, la sfida della commissione UE e i rischi per l’automotive

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Si chiama Fit for 55, ma non è il nome di una nuova band della musica pop. È il documento della Commissione Europea su energia e clima, reso pubblico qualche giorno fa, che ha destato notevole impressione nel mondo della politica e in quello imprenditoriale.

L’obiettivo di fondo è conquistare la leadership assoluta, da parte dell’Europa, nella lotta al climate change mediante il raggiungimento della fatidica ‘neutralità climatica’: zero emissioni di CO2 nel 2050.

Una leadership che, almeno per ora, nessuno sembra volerci contendere davvero: non certo le grandi fabbriche del mondo Cina e India, e forse neanche gli Stati Uniti nonostante la svolta green impressa da Joe Biden.

Ma gli stadi previsti per centrare un obiettivo così sfidante impongono un radicale ripensamento della modalità di produzione di molti beni, che rischia di scaricarsi sull’aumento dei costi di produzione e sul crollo della competitività di molti settori di punta del Vecchio Continente.

Un esempio per tutti: la Commissione prevede la riduzione del 100 per cento delle emissioni inquinanti dei nuovi veicoli per la mobilità entro il 2035, che implica in concreto il divieto di vendita di nuove automobili a benzina o gasolio dopo il 2035.

L’addio ai veicoli tradizionali in poco più di dieci anni risponde alla necessità di limitare le emissioni del settore trasporto – l’unico in crescita negli ultimi anni – che oggi rappresenta da solo ben il 12 per cento delle emissioni totali di CO2 dell’Unione Europea.

Ma uno switch così radicale, rispetto ad un settore così importante in termini di creazione di ricchezza e di occupazione, porta con sé il rischio di spiazzare l’industria europea dell’automotive a vantaggio dei competitors asiatici e americani. Il problema non riguarda l’industria tedesca, che oggi è molto più avanti nella produzione di veicoli a motorizzazione elettrica: la decisione europea è perfettamente in linea con il timing definito dalla Volkswagen per la transizione al mondo elettrico.

Per l’industria dell’auto italiana e per quella francese, invece, la strategia europea rischia di essere indigeribile. In una recente riunione con il presidente francese Macron, il numero uno di Pfa (la bandiera dell’automotive transalpino) Luc Chatel ha affermato che questo tipo di accelerazione verso la mobilità elettrica «avrà delle conseguenze devastanti, cancellando cento anni di know how europeo» e determinando la perdita di 100mila posti di lavoro (sugli attuali 400mila nel settore) e di 17,5 miliardi di euro di fatturato. Una soluzione di compromesso potrebbe essere la maggior valorizzazione dell’ibrido, ovvero delle vetture in cui è presente sia il motore termico che quello elettrico, su cui ad esempio hanno molto puntato negli ultimi anni Renault e Bmw.

Il ‘FIT for 55’ rafforza notevolmente anche gli obiettivi per le fonti energetiche rinnovabili: dovranno coprire almeno il 40 per cento del mix energetico dei Paesi dell’Unione Europea entro il 2030. È un livello doppio rispetto a quello di oggi. Su questo terreno l’Italia può vantare la forza di un sistema imprenditoriale che annovera un colosso leader di settore come Enel e uno straordinario caso di turnaround dall’energia fossile alle rinnovabili come Erg, ma soffre anche l’estrema lentezza degli iter autorizzativi per gli impianti, che determina spesso un amaro paradosso: gli impianti eolici e solari possono iniziare la loro attività solo quando la tecnologia di cui dispongono è già obsoleta.

Le difficoltà del Green New Deal

Conciliare il Green New Deal con le esigenze e le caratteristiche dell’industria manifatturiera è uno dei compiti più delicati e complessi che il legislatore europeo si troverà di fronte nei prossimi anni. E prevedibilmente avrà un gran da fare il Parlamento europeo, che dovrà vagliare e approvare le proposte della Commissione, per trovare punti di equilibrio accettabili.

Ursula von der Leyen
Ursula von der Leyen

Ma la direzione di marcia è una sola: ’Fit for 55’ rappresenta un vero e proprio manifesto per la Commissione Von der Leyen, come dimostra indirettamente il fatto che la stessa visione emerga chiaramente dal Next Generation Eu. È bene che le imprese cambino rapidamente l’agenda delle priorità e le loro scelte di investimento, per renderle coerenti con la rapida evoluzione sostenibile dei mercati e con l’orientamento europeo. Prima che sia troppo tardi.

Francesco Delzio

Ultima modifica: 30 agosto 2021